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Posts Tagged ‘fatiche’

research

I’m pushing an elephant up the stairs

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quest

It was the realization that the standard model didn’t describe well the world we lived in that set me off on a quest for alternative models in which market imperfections, and especially imperfections of information and ‘irrationalities’ would play such an important role.

Joseph Stiglitz, The Price of Inequality.

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furbi

Honoré Daumier - Crispino e Scapino

Honoré Daumier – Crispino e Scapino

Ho visto un video in cui un parlamentare (di non so quale partito) chiedeva alla Presidente della Camera di poter anticipare il proprio voto di fiducia al governo per poter poi andare a casa. Non si è capito a far cosa, ma dalla risposta di Boldrini pare proprio che non si trattasse di un’emergenza.

I commenti se la prendono con la ‘kasta’, io invece ho avuto un déjà-vù.

Frequentavo l’università – Giurisprudenza – e nel frattempo lavoravo a tempo pieno in una città diversa da quella in cui stava la mia facoltà. Avevo i giorni di permesso per fare l’esame (gran cosa) ma appena fatto dovevo volare a prendere il treno, tornare nella città in cui lavoravo per poter essere la mattina dopo, alle 8, attenta e scattante in ufficio.

La quantità degli iscritti a Giurisprudenza, si sa, è sempre superiore al necessario, sia rispetto al numero di avvocati notai e magistrati che serviranno un domani, sia rispetto al numero di persone che hanno veramente voglia di studiare il Diritto. Gli appelli, quindi, erano interminabili e spesso duravano più giorni.

Questo significava che potevi trascorrere una giornata in attesa snervante per poi essere rimandata al giorno successivo. Per me era veramente problematico: significava dover telefonare in ufficio, prendere un giorno di ferie, scusarsi molto con i colleghi eccetera (inoltre prima dovevo accertarmi che nessun altro avesse programmato ferie in quegli stessi giorni, altrimenti come si copriva una certa attività dell’ufficio?).

Presto mi resi conto che c’era chi, all’inizio dell’appello andava mesto e umile dal professore a chiedere la cortesia di poter essere interrogato tra i primi perché doveva 1. andare dal dentista improrogabilmente quel pomeriggio 2. prendere un treno per Molfetta dove lo attendeva la nonna sul letto di morte 3. andare a lavoro 4. inventatevi voi qualcosa.

All’inizio ero così ingenua da crederle tutte, ma ritenevo comunque di non voler essere tra quelli che chiedevano “l’urgenza”, nonostante questa cosa mi potesse risolvere vari inconvenienti lavorativi.

Poi ho iniziato a scoprire che chi doveva andare al lavoro in realtà era uno studente full time, la nonna del collega di Molfetta era morta nel 1991 e non c’era nessun appuntamento dal dentista per quel pomeriggio. Tutti o quasi questi miei colleghi la mattina successiva se ne stavano nel loro letto a godersi il meritato riposo; io, se riuscivo a fare l’esame in tempo, mi catapultavo sul treno e la mattina successiva ero a lavorare. A lavorare davvero.

So che alcuni di quei colleghi di ieri oggi gridano contro la ‘kasta’. Ma a me il pietoso parlamentare ha ricordato proprio quei tristi maneggi per essere interrogati qualche ora prima. I miei compagni non erano certo ‘casta’, solo dei ventenni che volevano fare i furbi.

La mia consolazione era avere generalmente la media parecchio più alta della loro, ma era purtroppo una consolazione del tutto intima e personale, che nulla rimediava del privilegio che loro avevano ottenuto con l’inganno e del ritardo che io stessa avevo subito nella mia interrogazione. Non so invece l’Italia come possa consolarsi di avere cittadini così furbi.

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toilette

Gli aeroporti sono un posto che mio malgrado frequento spesso. Frequento il controllo sicurezza e passaporti, le sale d’attesa, i bar e quando va bene qualche ristorante. Ovviamente frequento anche le toilette.

L’aeroporto in cui passo più spesso in assoluto è quello della città di Pisa, nel quale hanno recentemente ristrutturato i bagni. Appena rinnovati fui ben felice di provarli: quelli vecchi erano grigi, spesso alcune cabine erano inagibili e gli asciugatori per le mani non funzionavano.

Purtroppo i nuovi bagni hanno un grosso difetto: la foto cellula dello scarico si attiva da sola quando più le aggrada, prima, dopo, ma soprattutto durante quello che devi fare in bagno…

Non so come funzioni per gli uomini, ma nei bagni delle donne ad ogni occasione mi capita di sentire lo scarico del water seguito immediatamente da un urlo o imprecazione. Io ormai ho imparato come ‘truffare’ il sensore, ma non mi sembra un sistema molto funzionale…

Recentemente hanno aperto nuovi bagni aggiuntivi e ho pensato “si saranno accorti dell’errore e avranno cambiato il sistema, o spostato la fotocellula”. Ovviamente no: stesso problema, stesse urla e imprecazioni nei bagni delle signore.

Lo so che non è un argomento elegante questo, ma se un designer di toilette da aeroporto dovesse passare da qui gli/le sarei infinitamente grata se volesse tener conto di queste piccole considerazioni:

1. lo scarico. Come detto poco sopra, non c’è bisogno di un water che scarica continuamente. Se vi piacciono i sensori ottimo: piacciono molto anche a me. Ma per cortesia utilizzate quelli davanti ai quali è necessario agitare la manina per metterli in funzione. Risparmierete acqua e maledizioni.

2. le dimensioni. Se sono in aeroporto, molto probabilmente ho con me una valigia, forse due. Se è inverno magari ho un cappotto ingombrante e ho bisogno di rigirarmi comodamente nel bagno, possibilmente senza toccare i muri o qualsiasi accessorio. Mettete una cabina in meno e fate in modo che non si debba abbandonare la propria valigia alla cortesia di uno sconosciuto o salire sulla tazza per chiudere la porta!

3. i ganci. Il suddetto aeroporto di P. ha fornito i suoi bagni con un gancetto piatto a forma di triangolo rovesciato. E’ così schiacciato al muro che non riesce quasi a trattenere nemmeno il manico sottile di uno zaino! Inoltre nei nuovi bagni hanno pensato bene di appendere il gancio poco sopra il contenitore della carta igienica: una borsa di medie dimensioni si trova inevitabilmente ad appoggiarsi lì sopra. Una borsa di grandi dimensioni semplicemente non ci sta.

4. i contenitori sanitari. Queste specie di cestini destinati – ahiloro! –  a raccogliere gli assorbenti igienici nascono ingombranti e malfunzionanti. Sono proprio progettati male, mi spiace: un semplice cestino sarebbe più onesto e maneggevole. Tuttavia se proprio dobbiamo utilizzarli in ottemperanza a qualche prescrizione normativa, almeno evitiamo di fare come nel suddetto aeroporto di Pisa, dove ne sono stati messi qua e là 2 per cabina. Considerato che lo spazio è quello che è, non sarebbe meglio tenerne uno soltanto e svuotarlo più spesso?

Ecco, caro designer di bagni che dovessi passare da qui: non ho niente contro le cannelle a parallelepipedo e le serigrafie sugli erogatori. Puoi cercare di farlo cool quanto vuoi, il tuo bagno, ma per favore: visto che poi deve usarlo un povero viaggiatore abituale, cerca di renderlo almeno decentemente utilizzabile.

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deadline

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writing

Every one who has done any kind of creative work has experienced, in a greater or less degree, the state of mind in which, after long labour, truth, or beauty, appears, or seems to appear, in a sudden glory—it may be only about some small matter, or it may be about the universe.

The experience is, at the moment, very convincing; doubt may come later, but at the time there is utter certainty. I think most of the best creative work, in art, in science, in literature, and in philosophy, has been the result of such a moment. Whether it comes to others as to me, I cannot say.

For my part, I have found that, when I wish to write a book on some subject, I must first soak myself in detail, until all the separate parts of the subject-matter are familiar; then, some day, if I am fortunate, I perceive the whole, with all its parts duly interrelated. After that, I only have to write down what I have seen.

The nearest analogy is first walking all over a mountain in a mist, until every path and ridge and valley is separately familiar, and then, from a distance, seeing the mountain whole and clear in bright sunshine. This experience, I believe, is necessary to good creative work, but it is not sufficient; indeed the subjective certainty that it brings with it may be fatally misleading.

William James describes a man who got the experience from laughing-gas; whenever he was under its influence, he knew the secret of the universe, but when he came to, he had forgotten it. At last, with immense effort, he wrote down the secret before the vision had faded. When completely recovered, he rushed to see what he had written. It was: “A smell of petroleum prevails throughout.” What seems like sudden insight may be misleading, and must be tested soberly when the divine intoxication has passed.

Bertrand Russell, History of Western Philosophy.

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well

Quando arrivai a Londra per formalizzare l’iscrizione al master e ritirare la tesserina che mi avrebbe permesso di accedere al campus, ero reduce da un tour de force massacrante tra esami dell’ultimo momento, ricerca della casa, richiesta di aspettativa a lavoro e via dicendo.

Arrivai con buon anticipo alla scuola, mettendomi diligentemente in fila con le altre ‘matricole’: una fila così ordinata che aveva proprio il sapore dell’Inghilterra…

La procedura di immatricolazione fu rapida e tutta l’operazione fu gestita con estrema efficienza e cortesia (sicuramente complice anche il fatto che fossi tra i primi della fila). Quando mi consegnarono la tesserina con il nome, la foto e il simbolo della scuola, il signore che me la porgeva mi strinse anche la mano e mi disse:

“Welcome to the LSE”

La stanchezza dei giorni precedenti e la paura che qualcosa negli ultimi preparativi frenetici potesse essere andato storto, si trasformarono in un enorme sollievo di fronte a quelle parole.

Un anno poi è passato anche troppo in fretta: 12 mesi pieni di cose nuove, tanto studio, paura di non essere all’altezza, ma soprattutto del piacere di essere con dave in una splendida città a fare una cosa che mi ha appassionato moltissimo.

Tuttavia si sentivano storie di fallimenti, ci si scontrava con giudizi severi, compagni che si facevano prendere dal panico o persone che all’altro estremo sembravano terribilmente sicure di sé. Un po’ di apprensione per il risultato del master, insomma, ce l’avevo.

Poi tutto è finito, sono tornata in Italia e aspettavo con trepidazione l’e-mail che mi avrebbe comunicato l’esito finale degli esami e della tesi. Alla fine è andato tutto molto bene, meglio di quel che immaginavo e di quel che osassi sperare nelle lunghe notti su libri e articoli.

Alla cerimonia di laurea, il momento in cui uscivo definitivamente dalla scuola, ho stretto la mano al Direttore che come a chiudere un cerchio immaginario mi ha detto:

“Well done”

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