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Archive for the ‘vita pisana’ Category

stazione

stazione

La stazione di C. è piccola e solitaria, persa tra i paesini toscani dell’entroterra. La mattina arrivo molto presto e la lascio in fretta per andare a chiudermi in un bar, con un cornetto e qualcosa di caldo da bere.

Il pomeriggio talvolta devo aspettare un po’ che arrivi il treno che in poco più di 10 minuti mi porta a casa; così mi siedo su una panchina e leggo. In stazione c’è silenzio, qualche volta ci sono un paio di immigrati che aspettano dormicchiando sull’altra banchina, o una nonna che accompagna il nipote a vedere locomotive e carrozze che passano.

Non c’è biglietteria, né macchine obliteratrici funzionanti; c’è però una campanellina che inizia a suonare quando i treni si avvicinano e, unico baluardo di modernità, la voce pre-registrata che esce dagli altoparlanti ad annunciare arrivi, partenze e treni in transito: sempre lo stesso ritmo, senza cambiamenti di binario dal momento che sono solo due, uno per i movimenti verso est e l’altro per i movimenti verso ovest.

La stazione di C. mi comunica una certa calma. Se perdo il treno delle 16.43 non c’ è niente da fare: o vado in cerca di un autobus, che comunque non migliorerà di molto le cose, o mi metto l’anima in pace e aspetto un’ora intera che passi il treno delle 17.43.  Così mi ritrovo ogni tanto in qualche attesa obbligata, senza compagnia se non quella di un libro e in un luogo che offre decisamente poche distrazioni.

Paradossalmente la situazione ha qualcosa di salutare: una sosta forzata lontana dal lavoro, dalla casa, dalle chiacchiere e dal computer che spesso riempiono il poco tempo di ogni giornata, pressandosi a vicenda. Così, talvolta, in quella perdita di tempo immotivata mi pare ci sia un’ora rubata allo scorrere del tempo.

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novità

Un po’ di giorni fa ho preso una decisione, non di particolare importanza per carità, ma di quelle che ti cambiano almeno un po’ la routine quotidiana.

Non ci ho pensato nemmeno tanto ed ho firmato un foglio.

Poi sono uscita e sono andata a comprare un paio di scarpe che avevo visto qualche giorno prima. Non sono proprio uguali a queste, ma abbastanza simili.

A dire il vero non sono comodissime, ma mi pareva un bel modo di festeggiare un cambiamento. Se andavo alla Feltrinelli, che novità era?!

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uccelli

hitch_herd

Finché ho vissuto in campagna non ho mai avuto problemi di sorta con i volatili. Loro facevano la loro vita, io la mia. Ogni tanto mangiavo con appetito un piccione arrosto e ogni primavera gioivo del ritorno di rondini e balestrucci: tutto naturale insomma.

Ma da quando vivo in città le cose sono cambiate. I piccioni non sono più quegli appetitosi animali che passavano dall’allevamento della zia al mio piatto con contorno di patate; sono diventati quelli che appena lasci il balcone incustodito per un finesettimana te lo inondano di cacche, eleggendolo a ritrovo della collettività piccionesca. Sono quelli che stanno appollaiati sui fili della luce che attraversano i vicoli, pronti a un tiro a segno sulla tua testa. Quelli che trovi schiacciati dalle macchine e quelli che si radunano a decine in attesa dell‘omino mattiniero che roverscia sacchi di briciole sul marciapiede.

Insomma, io non riesco più a mangiare un piccione; è inutile che sia quello che vive nell’orto di mia zia, ormai per me è un malsano volatile cittadino e come tale immangiabile.

A questo allegro quadretto si aggiungono gabbiani e gabbianelle, che ho considerato sempre animali romantici, simboli di eleganza e libertà. Finché non li ho visti rovistare tra i rifiuti, girare in cerchio come centinaia di avvoltoi sullo sfondo di un cielo plumbeo a Roma e mangiarsi un piccione morto in Piazza Venezia (senza contorno di patate, ovviamente)

Penso che il film di Hitchcock sia nato così…

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shopping

Lo studio e i libri servono solo a rendere insopportabile una donna.

marechalEffettivamente senza leggere risparmierei un sacco di tempo, avrei una casa più ordinata, e magari non arriverei spesso alle 8 di sera senza aver deciso cosa si mangia per cena: tutti vizi intollerabili nel gentil sesso, secondo Maréchal.

Ma soprattutto non sarei preda di uno shopping bibliofilo compulsivo.

La scorsa settimana io e dave abbiamo deciso di andare in libreria per approfittare di una promozione su tutti i libri in vendita alla Feltrinelli. Ho portato con me i venti euro di cui avevo parlato un po’ di giorni fa, e una busta di stoffa da riempire con gli acquisti.

Con la scusa di approfittare dello sconto, in particolare sui volumi delle case editrici specialstiche o troppo piccole per proporre in altri momenti promozioni autonome, si può ben immaginare come i venti euro si siano persi tra le altre decine…

Quando siamo arrivati alla cassa, la signora che ci ha fatto il conto era quasi commossa. E noi con lei. Maledette strategie di marketing!

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ritrovamenti

20euro

Spesso mentre cammino leggo. Lo so, non è una buona abitudine, anche perché il rischio di andare a sbattere contro qualcuno altrettanto distratto è piuttosto alto. Tuttavia ormai ho sviluppato buone capacità nel gestire contemporaneamente le due attività.

Ieri pomeriggio, tornando da lavoro lungo la solita strada generalmente poco trafficata, ho abbassato gli occhi per il classico controllo via libera da cose calpestabili prima di iniziare a leggere. E così a pochi centimetri da me ho notato belli, chiari e in evidenza 20 Euro.

Mi sono fermata, li ho raccolti e mi sono guardata intorno. Strada deserta, nessuna macchina posteggiata lì vicino, nessuno affacciato alle finestre a scuotere cappotti o pantaloni, nessun altro oggetto a terra.

Ho aspettato, ho gironzolato nei paraggi, ho continuato a camminare con questi soldi in mano in bella vista, ho guardato nei vicoli; nessuno arrivava a cercarli, così alla fine li ho messi nel libro e sono tornata a casa.

Un pochino mi sono angustiata pensando a chi potesse averli perduti, poi ho deciso che ero stata sufficientemente scrupolosa nell’attendere che qualcuno venisse a cercarli. Ho anche ripensato ad una cosa che mi era successa l’anno scorso: uscendo dalla Feltrinelli (vedi tu le combinazioni…) in fretta e furia perché dovevo rientrare a lavoro, mi volarono a terra 10 Euro.

Me ne accorsi immediatamente, perché li vidi proprio uscire dal portafoglio che tentavo di chiudere e scivolarmi alle spalle. Una signora impellicciata (!) con mossa repentina li arraffò prima che toccassero terra, e prima che io riuscissi a rendermi conto di quello che stava accadendo lei sparì nella folla lasciandomi con un palmo di naso.

Sarebbe proprio un bel contrappasso se questi 20 Euro li avesse persi lei!


PS: e ora devo decidere cosa farci! Suggerimenti?

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passaverdura

passaverdura

Io sono una pesona piuttosto sentimentale: m’intenerisco talvolta anche davanti agli oggetti. Ad esempio qualche giorno fa ho avuto necessità, per una velleitaria vellutata di patate, di un passaverdura.

Alcune ricette comandano l’uso del più moderno frullatore a immersione, ma inserire nella mia zuppa dal nome così morbido un attrezzo elettrico sciaguattante non mi piaceva affatto.

Quindi sono andata di gran carriera al supermercato in cerca di un esemplare tradizionale, chiedendomi tra l’altro come avevo potuto sopravvivere fino a quel momento essendone sprovvista. Insomma, tra me e il passaverdura è nata subito una bella intesa.

La sera stessa, seduta sul divano, prendevo in considerazione l’ipotesi di trasferirci in un’altra città. In uno di quei posti non troppo lontani per i potenti mezzi di trasporto che abbiamo a disposizione oggidì, ma sufficientemente distanti da rendere ridicola l’ipotesi di portarsi dietro nel trasloco – che so? – un passaverdura: per 7 Euro avrebbe più senso comprarlo nuovo che cercare di infilare quello ‘vecchio’ negli ipotetici scatoloni pieni di libri e vestiti…

Povero il mio passaverdura, ho pensato, ci siamo appena trovati e io già sto pensando che prima o poi dovrò abbandonarlo! Com’è tutto effimero, e che malinconia…

Insomma, mi ha preso una sorta di nostalgia preventiva per un passaverdura appena comprato. Tutto sommato forse era meglio un frullatore a immersione…

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ombrelli

Audrey Hepburn "The Nun Story" | Belgian Congo - Leo Fuchs 1958

Audrey Hepburn "The Nun Story" | Belgian Congo - Leo Fuchs 1958

Quando andavo a scuola mi pareva che gli ombrelli tascabili fossero di gran moda. O meglio: ritenevo quasi disdicevole portarmi dietro uno di quelli grandi con il manico ricurvo che associavo al concetto di vecchio. Qualche mattina uscivo di casa già in mezzo al diluvio e rispondevo con un’alzata di spalle ai miei genitori che consigliavano qualcosa di più efficiente del mini-ombrello che entrava nella taschina esterna dello zaino.

Così mi avventuravo nella tempesta con quell’aggeggino assolutamente inadatto a riparare me e il valigione pieno di libri che portavo sulla schiena. Il risultato era che arrivavo a scuola completamente fradicia, con i piedi a guazzo nelle scarpe, il giubbotto bagnato e stropicciato, e un gran freddo addosso. Nonostante questo, l’ombrello grande restava un tabù.

Adesso, superate le paturnie adolescenziali che stabilivano il livello di ganzaggine di una persona con una proporzione inversa alle dimensioni del suo ombrello, mi ritrovo in una città sufficientemente ventosa e piovosa da rendere la questione dei ripari dal maltempo piuttosto importante.

In questi giorni sfoggio un ombrello comprato per strada a Napoli a 5 € , che quando lo apri fa un bel “CLACK”, tende le sue stecche, e attira l’attenzione su di sé e sulla sua padrona che si sente ganzissima perché non si bagna. Almeno finché una folata di vento sul Ponte di Mezzo non provvederà a distruggerlo.

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negozi

La città, in centro, ha tante piccole micro-comunità al suo interno. Come è normale io sono inserita in quella che ruota intorno alla zona del mio ufficio: così conosco baristi, ristoratori, fornai e i loro avventori abituali.

I negozi intorno a casa, invece, li frequento meno e generalmente solo per le urgenze (ommioddio siamo senza pane, scendo a vedere se ne è rimasto un po’ alla rosticceria qui sotto).

Quest’anno, però, hanno chiuso tre negozietti che stavano qui. E’ vero: non erano mai pieni di gente e l’ultimo periodo di gestione era visibilmente la cronaca di una morte annunciata. Erano:

– un fioraio nuovissimo, in un’ottima posizione e visibilità, gestito da due ragazze piuttosto svogliate, cui una volta ho chiesto una composizione di fiori secchi per mia nonna facendomi trattare da pazza.

– un fornaio in cui sono entrata due volte senza trovare pane, con una signora annoiata dietro a un bancone vuoto.

– un negozio di biancheria da casa, con ricami, pizzi e merletti. Quest’ultimo in particolare mi piaceva: certo, viste le dimensioni di casa mia e il tipo di arredamento, quelle cose non era il caso di comprarle, ma avevano il loro fascino.

Più o meno in contemporanea hanno chiuso i battenti, e – con rapidità inconsueta per essere in Italia – i locali sono stati ristrutturati e riadattati per ospitare diverse attività.

Adesso, al posto di un fioraio, un fornaio e un negozio di merletti ci sono due agenzie immobiliari e una finanziaria. Cambiano i tempi, cambiano i negozi: ma non in meglio direi!

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glamour

Un bel po’ di anni or sono preparavo l’esame di maturità insieme ad una mia amica. Eravamo abbastanza esauste, e mi ricordo che giravamo per casa sua come anime perse con la Divina Commedia sotto braccio.

Erano gli ultimi giorni prima dell’orale e non avevamo tregua: ogni momento era buono per studiare o terrorizzarci al pensiero della commissione esaminatrice. A tratti ci concedevamo piccole distrazioni, come addobbare il suo enorme gatto nero con i fiori che cadevano da un albero del giardino (il risultato era piuttosto misero: il gatto scappava sempre).

Un pomeriggio, mentre cercavamo il micione per la seduta di strapazzamento, adocchiammo alcune riviste femminili e cataloghi di moda appoggiati su un tavolo. Ci avventammo a sfogliarli, come due affamate di frivolezze: foto di scarpe e vestiti, articoli sull’eterno ritorno del grigio per l’inverno, ricette di cucina…

Era troppo tempo che vedevamo solo illustrazioni di Doré e leggevamo le sintesi della Critica della Ragion Pura: quel bagno di superfluo fu catartico.

È da quella volta che quando mi sento giù, inadeguata, scoraggiata o con la testa piena di cose seriose, vado in edicola e mi compro uno di quei giornaloni di moda pieni di pubblicità, che ogni mese o settimana riescono a pesare come un volume della Treccani.

L’altro giorno, dopo mesi e mesi di latitanza di riviste e cataloghi, è stato il turno di Glamour: devo dire che funziona ancora.

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kappa

Dietro al mio ufficio c’è una piazzetta che ospita un variopinto mercato di frutta e verdura; l’altro giorno è comparsa sul pavimento una scritta di vernice azzurra. La prima riga a caratteri cubitali in stampatello diceva “AMORE MI MANKI”.

Certo, l’adolescente che uscendo di casa per andare a scuola si trovasse di fronte agli occhi quella scritta non potrebbe non restare colpita: una bravata fatta la sera, magari con qualche amico sodale, per dimostrare che la giovanile passione non è finita e che l’amore durerà per sempre. Che teneri.

Ma no, non c’è niente da fare: si vede proprio che la mia adolescenza è già finita da un pezzo e che ho perso ogni contatto con quel mondo. Il pensiero romantico mi ha sfiorato solo per un attimo, l’immagine delle scritte sugli zaini e sugli astucci con i versi delle canzoni, il ricordo di qualche bigliettino sottobanco o del batticuore di una mattina o di un pomeriggio sono stati troppo fugaci.

Di fronte a quella scritta, con il cinismo dell’adulta che corre a far pranzo in mezz’ora, torcendo la testa per leggere senza smettere di camminare sui tacchi, e ritenendo sufficiente il lamento del primo rigo per capire il resto del messaggio ho pensato:

“Benedetti ragazzi d’oggi: quanto potrà mai costare la vernice azzurra necessaria a scrivere una lettera in più? E l’asfalto oggi si paga? Nemmeno aggratis e nemmeno per amore riescono a scrivere la C e la H! Siamo rovinati!”

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