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Archive for the ‘avventure’ Category

culodritto

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13 Settembre

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(Video: Moritz Oberholzer, Musica: Ratatat – “Double Pipes”)

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toilette

Gli aeroporti sono un posto che mio malgrado frequento spesso. Frequento il controllo sicurezza e passaporti, le sale d’attesa, i bar e quando va bene qualche ristorante. Ovviamente frequento anche le toilette.

L’aeroporto in cui passo più spesso in assoluto è quello della città di Pisa, nel quale hanno recentemente ristrutturato i bagni. Appena rinnovati fui ben felice di provarli: quelli vecchi erano grigi, spesso alcune cabine erano inagibili e gli asciugatori per le mani non funzionavano.

Purtroppo i nuovi bagni hanno un grosso difetto: la foto cellula dello scarico si attiva da sola quando più le aggrada, prima, dopo, ma soprattutto durante quello che devi fare in bagno…

Non so come funzioni per gli uomini, ma nei bagni delle donne ad ogni occasione mi capita di sentire lo scarico del water seguito immediatamente da un urlo o imprecazione. Io ormai ho imparato come ‘truffare’ il sensore, ma non mi sembra un sistema molto funzionale…

Recentemente hanno aperto nuovi bagni aggiuntivi e ho pensato “si saranno accorti dell’errore e avranno cambiato il sistema, o spostato la fotocellula”. Ovviamente no: stesso problema, stesse urla e imprecazioni nei bagni delle signore.

Lo so che non è un argomento elegante questo, ma se un designer di toilette da aeroporto dovesse passare da qui gli/le sarei infinitamente grata se volesse tener conto di queste piccole considerazioni:

1. lo scarico. Come detto poco sopra, non c’è bisogno di un water che scarica continuamente. Se vi piacciono i sensori ottimo: piacciono molto anche a me. Ma per cortesia utilizzate quelli davanti ai quali è necessario agitare la manina per metterli in funzione. Risparmierete acqua e maledizioni.

2. le dimensioni. Se sono in aeroporto, molto probabilmente ho con me una valigia, forse due. Se è inverno magari ho un cappotto ingombrante e ho bisogno di rigirarmi comodamente nel bagno, possibilmente senza toccare i muri o qualsiasi accessorio. Mettete una cabina in meno e fate in modo che non si debba abbandonare la propria valigia alla cortesia di uno sconosciuto o salire sulla tazza per chiudere la porta!

3. i ganci. Il suddetto aeroporto di P. ha fornito i suoi bagni con un gancetto piatto a forma di triangolo rovesciato. E’ così schiacciato al muro che non riesce quasi a trattenere nemmeno il manico sottile di uno zaino! Inoltre nei nuovi bagni hanno pensato bene di appendere il gancio poco sopra il contenitore della carta igienica: una borsa di medie dimensioni si trova inevitabilmente ad appoggiarsi lì sopra. Una borsa di grandi dimensioni semplicemente non ci sta.

4. i contenitori sanitari. Queste specie di cestini destinati – ahiloro! –  a raccogliere gli assorbenti igienici nascono ingombranti e malfunzionanti. Sono proprio progettati male, mi spiace: un semplice cestino sarebbe più onesto e maneggevole. Tuttavia se proprio dobbiamo utilizzarli in ottemperanza a qualche prescrizione normativa, almeno evitiamo di fare come nel suddetto aeroporto di Pisa, dove ne sono stati messi qua e là 2 per cabina. Considerato che lo spazio è quello che è, non sarebbe meglio tenerne uno soltanto e svuotarlo più spesso?

Ecco, caro designer di bagni che dovessi passare da qui: non ho niente contro le cannelle a parallelepipedo e le serigrafie sugli erogatori. Puoi cercare di farlo cool quanto vuoi, il tuo bagno, ma per favore: visto che poi deve usarlo un povero viaggiatore abituale, cerca di renderlo almeno decentemente utilizzabile.

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1settimana

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well

Quando arrivai a Londra per formalizzare l’iscrizione al master e ritirare la tesserina che mi avrebbe permesso di accedere al campus, ero reduce da un tour de force massacrante tra esami dell’ultimo momento, ricerca della casa, richiesta di aspettativa a lavoro e via dicendo.

Arrivai con buon anticipo alla scuola, mettendomi diligentemente in fila con le altre ‘matricole’: una fila così ordinata che aveva proprio il sapore dell’Inghilterra…

La procedura di immatricolazione fu rapida e tutta l’operazione fu gestita con estrema efficienza e cortesia (sicuramente complice anche il fatto che fossi tra i primi della fila). Quando mi consegnarono la tesserina con il nome, la foto e il simbolo della scuola, il signore che me la porgeva mi strinse anche la mano e mi disse:

“Welcome to the LSE”

La stanchezza dei giorni precedenti e la paura che qualcosa negli ultimi preparativi frenetici potesse essere andato storto, si trasformarono in un enorme sollievo di fronte a quelle parole.

Un anno poi è passato anche troppo in fretta: 12 mesi pieni di cose nuove, tanto studio, paura di non essere all’altezza, ma soprattutto del piacere di essere con dave in una splendida città a fare una cosa che mi ha appassionato moltissimo.

Tuttavia si sentivano storie di fallimenti, ci si scontrava con giudizi severi, compagni che si facevano prendere dal panico o persone che all’altro estremo sembravano terribilmente sicure di sé. Un po’ di apprensione per il risultato del master, insomma, ce l’avevo.

Poi tutto è finito, sono tornata in Italia e aspettavo con trepidazione l’e-mail che mi avrebbe comunicato l’esito finale degli esami e della tesi. Alla fine è andato tutto molto bene, meglio di quel che immaginavo e di quel che osassi sperare nelle lunghe notti su libri e articoli.

Alla cerimonia di laurea, il momento in cui uscivo definitivamente dalla scuola, ho stretto la mano al Direttore che come a chiudere un cerchio immaginario mi ha detto:

“Well done”

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volare

Ultimamente prendo spesso l’aereo da sola. È diventata una routine faticosa ma all’interno della quale cerco di trovare i miei spazi e tutti i possibili aspetti positivi.

Come per i viaggi in treno, le attese in aeroporto e il volo ti regalano tempo per la lettura, un pisolino e un po’ di musica; ormai sono così abituata da muovermi senza troppa apprensione e tantomeno impazienza per il viaggio.

Specialmente dopo essermi precipitata all’aeroporto in auto subito dopo l’uscita dall’ufficio, avrei solo bisogno di rilassarmi e lasciarmi guidare dalla catena di montaggio del volo Ryanair: controllo sicurezza – controllo passaporti – imbarco – decollo – eccetera.

E invece no, perché la tranquilla procedura d’imbarco è funestata dalla presenza del tipico italiano in modalità vacanziera. Le sue caratteristiche principali sono l’incapacità di formare una fila degna di questo nome e di tacere quando opportuno.

Riguardo alla fila, non m’interessa salire sull’aereo prima o dopo gli altri: mi accontenterei di poter procedere in modo ordinato all’imbarco – continuando a leggere, ad esempio – senza dovermi preoccupare della famiglia Furbetti che mi si affianca con nonchalance e cerca di superarmi, evidentemente convinta che così facendo riuscirà ad arrivare a destinazione prima di me…

“Davvero, Signori Furbetti, se mi state leggendo: chiedetemi pure di cedervi il posto, non c’è problema. Ma per favore, non crediate di essere più furbi solo perché non vi pesto un piede con il tacco della scarpa mentre vi insinuate tra me e la scaletta dell’aereo: semplicemente vi considero senza speranza.”

L’altra caratteristica, dicevo, è l’incapacità di tacere. C’è bisogno di lamentarsi delle regole d’imbarco della Ryanair dall’inizio della coda fino alla fine del volo? Di continuare a parlare ostentatamente a voce alta anche durante la dimostrazione di sicurezza?

“Cara Signora Logorrea, se mi sta leggendo: non importa che faccia sapere a tutto l’aereo quanto si sente oltraggiata dalla politica ‘un solo bagaglio a mano’ della compagnia aerea. E mi creda: la sua voce è così orribilmente acuta e il suo accento così fastidioso da rendere la sua conversazione insopportabile anche per pochi secondi, figurarsi per un volo intero.”

È possibile che queste osservazioni inducano i più a considerarmi una terribile misantropa; ma con il tempo sto riuscendo a minimizzare l’impatto di questi personaggi sul mio volo e a cercare di goderne gli aspetti positivi. Devo dire che il sonno pesante e le cuffie nelle orecchie aiutano molto.

“Un’ultima cosa, Amici Tamarri, se mi state leggendo: la prossima volta che vi trovate una compagna di viaggio pallida e con i capelli chiari che viaggia da sola, risponde in inglese alle hostess e legge un libro dal titolo a voi incomprensibile, evitate apprezzamenti da osteria sul suo fondoschiena. Perché magari sono io. E parlo italiano.

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