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berry

Finalmente sono a Londra.

Nel periodo in cui vagavamo tra agenzie immobiliari e appartamenti siamo stati ospitati da alcuni nostri amici che hanno fatto a gara di pazienza e gentilezza nel concederci asilo in quei giorni travagliati.

Più volte ci siamo trovati a trascinare decine di chili di bagagli in giro per tutta Londra.

Una sera, dopo una giornata estenuante, c’è stata l’ennesima rincorsa di un autobus sul finire del periodo del traffico diurno. Dave era stato perentorio:

“Eli, dobbiamo riuscire a prenderlo”.

Più facile a dirsi che a farsi: lui correva avanti con un computer in spalla e due valigione e nel frattempo mi incoraggiava:

“Eliii, corriiiiiii”

Io arrancavo dietro, con due borse e una valigia ingestibile: di quelle enormi, rigide, che hanno le ruote solo in un angolo e il manico cortissimo. Il risultato era che ad ogni due passi la valigia si ribaltava e io rischiavo di rompermi un polso.

Passando di corsa sotto un non meglio identificato albero… toc. Qualcosa era caduto dai rami esattamente sulla mia testa, per poi andare a rotolare a terra. “Toh – avevo pensato – una castagna? Ma che frutti sono questi cosi tondi a terra…?”

“Eliiiiiiiiiiiiiiiiii”

Sì, non era il momento di mettersi a pensare alla botanica. Ma alla mia testa sì! D’altra parte è un gesto spontaneo: sentiamo se sono ferita (!), o se invece che un frutto era una cacca d’uccello notturno…

“Eliiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii”

Così mentre l’autista dell’autobus aspettava pazientemente questa disgraziata che correva, si tastava il capo e cercava la oyster nella borsa, la suddetta disgraziata scopriva di avere una specie di appiccicosissima marmellata di mirtilli sui capelli e, a quel punto, anche sulle mani.

“Eli! Ma che hai fatto!?!?!?”

Ecco, io non sono ancora riuscita a capire che cavolo di frutto fosse, nè di come il mio piumino bianco abbia potuto uscire intatto da questa vicenda.

sport

discoboloNon sono una persona particolarmente sportiva: nel senso che sono pigra e sedentaria. Qualche tempo fa praticavo alcuni sport, ma senza molta convinzione e soprattutto senza molto allenamento. Per un periodo mi sono dedicata alla corsa campestre, ma mi allenavo al massimo una volta a settimana, quando non decidevo di passare direttamente alla gara della domenica: capirete che non è modo…

Tuttavia lo sport, anzi: gli sport mi piacciono e sono in grado di apprezzare gare di nuoto, ciclismo, basket, atletica, motociclismo… Quando ci sono i campionati del mondo di qualsiasi disciplina mi incollerei volentieri alla televisione per vedere tutte le gare: mi ricordo di aver aspettato una finale dei tuffi alle Olimpiadi di Atlanta fino a notte fonda, e io odio tuffarmi, per dire.

Le Olimpiadi, e l’atletica leggera in particolare, per me rappresentano lo sport per antonomasia, per ragioni storiche e personali: tuttavia, comprendo che altri possano avere altre preferenze. Milioni di persone praticano il rugby, lo sci d’acqua, il ping pong, il pattinaggio, il sollevamento pesi e credo che sarebbe giusto dedicare anche a loro lo spazio che si meritano nel panorama dell’informazione sportiva.

In questi giorni ci sono i mondiali di atletica e sto cercando di vedere almeno le finali di tutte le discipline di corsa, quindi mi interesserebbe un calendario aggiornato del programma: per confermare la mia pigrizia ho cercato il calendario sulla Gazzetta dello Sport invece che sul sito ufficiale (Berlino 2009), purtroppo senza successo.

Mentre il mondo guarda Berlino e gli atleti che ripetono i gesti delle stesse discipline nate migliaia di anni fa, con prestazioni che spingono sempre più oltre i limiti umani, in Italia la Gazzetta dello Sport titola: Mou alimenta la polemica. Lippi nemmeno una parola. L’unico cenno ai mondiali di atletica in prima pagina riguarda i dubbi sul sesso di una mezzofondista.

Così mi sono rammentata del perché non leggo la Gazzetta e del perché durante l’anno sono mortalmente annoiata dall’informazione sportiva: quando un mondiale di atletica è meno importante di un catfighting tra allenatori di calcio in vacanza vuol dire che la situazione è proprio irrecuperabile.

gelato

IceCreamBoysWashingtonIndiana1941

Quando ero piccola, l’estate era il periodo in cui il frigorifero ospitava i gelati: c’erano i sorbelli prediletti dalla mia mamma; il cono alla vaniglia preferito dal mio babbo e la mia amata coppa mista.

La coppa mista era un gelato semplicissimo: una coppetta industriale di vaniglia e cioccolato, di quelle che a buon diritto venivano definite “tutta acqua”. La mangiavi bene dopo i pasti e a merenda, non era pesante, non aveva gusti strani ed era buona.

Da un po’ di anni i gelati sono cambiati e la coppa mista non si trova più. Vanno di moda gelati pesanti, pieni di pezzettoni, abbastanza grassi e sempre in cerca di novità peccaminose. Anche i sorbelli (o cremini) si trovano più difficilmente, sostituiti da gelati allo stecco cremosissimi e ricorperti da un crostone di cioccolato; i coni sono mille strati e mille gusti; le coppe piene di meringhe, ciliegie, chicchi di caffè.

Si badi bene: non ho niente contro il cioccolato o i gelati super cremosi. Io, per dire, sono una di quelle che alla gelateria artigianale prende il cono creme caramel – cioccolato, mica pesca limone.

Però la coppa mista era quel dolcino leggero da dopo pranzo, visto che era tutta’acqua: anche dopo un pasto bello completo, uno spazio per la coppa mista si trovava sempre. Mentre un posto per un magnum si trova un po’ peggio…

Così alla fine vado al supermercato a cercare gelati di marche secondarie purché sia qualcosa che assomigli alla cara, vecchia coppa mista.

stazione

stazione

La stazione di C. è piccola e solitaria, persa tra i paesini toscani dell’entroterra. La mattina arrivo molto presto e la lascio in fretta per andare a chiudermi in un bar, con un cornetto e qualcosa di caldo da bere.

Il pomeriggio talvolta devo aspettare un po’ che arrivi il treno che in poco più di 10 minuti mi porta a casa; così mi siedo su una panchina e leggo. In stazione c’è silenzio, qualche volta ci sono un paio di immigrati che aspettano dormicchiando sull’altra banchina, o una nonna che accompagna il nipote a vedere locomotive e carrozze che passano.

Non c’è biglietteria, né macchine obliteratrici funzionanti; c’è però una campanellina che inizia a suonare quando i treni si avvicinano e, unico baluardo di modernità, la voce pre-registrata che esce dagli altoparlanti ad annunciare arrivi, partenze e treni in transito: sempre lo stesso ritmo, senza cambiamenti di binario dal momento che sono solo due, uno per i movimenti verso est e l’altro per i movimenti verso ovest.

La stazione di C. mi comunica una certa calma. Se perdo il treno delle 16.43 non c’ è niente da fare: o vado in cerca di un autobus, che comunque non migliorerà di molto le cose, o mi metto l’anima in pace e aspetto un’ora intera che passi il treno delle 17.43.  Così mi ritrovo ogni tanto in qualche attesa obbligata, senza compagnia se non quella di un libro e in un luogo che offre decisamente poche distrazioni.

Paradossalmente la situazione ha qualcosa di salutare: una sosta forzata lontana dal lavoro, dalla casa, dalle chiacchiere e dal computer che spesso riempiono il poco tempo di ogni giornata, pressandosi a vicenda. Così, talvolta, in quella perdita di tempo immotivata mi pare ci sia un’ora rubata allo scorrere del tempo.

novità

Un po’ di giorni fa ho preso una decisione, non di particolare importanza per carità, ma di quelle che ti cambiano almeno un po’ la routine quotidiana.

Non ci ho pensato nemmeno tanto ed ho firmato un foglio.

Poi sono uscita e sono andata a comprare un paio di scarpe che avevo visto qualche giorno prima. Non sono proprio uguali a queste, ma abbastanza simili.

A dire il vero non sono comodissime, ma mi pareva un bel modo di festeggiare un cambiamento. Se andavo alla Feltrinelli, che novità era?!

uccelli

hitch_herd

Finché ho vissuto in campagna non ho mai avuto problemi di sorta con i volatili. Loro facevano la loro vita, io la mia. Ogni tanto mangiavo con appetito un piccione arrosto e ogni primavera gioivo del ritorno di rondini e balestrucci: tutto naturale insomma.

Ma da quando vivo in città le cose sono cambiate. I piccioni non sono più quegli appetitosi animali che passavano dall’allevamento della zia al mio piatto con contorno di patate; sono diventati quelli che appena lasci il balcone incustodito per un finesettimana te lo inondano di cacche, eleggendolo a ritrovo della collettività piccionesca. Sono quelli che stanno appollaiati sui fili della luce che attraversano i vicoli, pronti a un tiro a segno sulla tua testa. Quelli che trovi schiacciati dalle macchine e quelli che si radunano a decine in attesa dell‘omino mattiniero che roverscia sacchi di briciole sul marciapiede.

Insomma, io non riesco più a mangiare un piccione; è inutile che sia quello che vive nell’orto di mia zia, ormai per me è un malsano volatile cittadino e come tale immangiabile.

A questo allegro quadretto si aggiungono gabbiani e gabbianelle, che ho considerato sempre animali romantici, simboli di eleganza e libertà. Finché non li ho visti rovistare tra i rifiuti, girare in cerchio come centinaia di avvoltoi sullo sfondo di un cielo plumbeo a Roma e mangiarsi un piccione morto in Piazza Venezia (senza contorno di patate, ovviamente)

Penso che il film di Hitchcock sia nato così…

shopping

Lo studio e i libri servono solo a rendere insopportabile una donna.

marechalEffettivamente senza leggere risparmierei un sacco di tempo, avrei una casa più ordinata, e magari non arriverei spesso alle 8 di sera senza aver deciso cosa si mangia per cena: tutti vizi intollerabili nel gentil sesso, secondo Maréchal.

Ma soprattutto non sarei preda di uno shopping bibliofilo compulsivo.

La scorsa settimana io e dave abbiamo deciso di andare in libreria per approfittare di una promozione su tutti i libri in vendita alla Feltrinelli. Ho portato con me i venti euro di cui avevo parlato un po’ di giorni fa, e una busta di stoffa da riempire con gli acquisti.

Con la scusa di approfittare dello sconto, in particolare sui volumi delle case editrici specialstiche o troppo piccole per proporre in altri momenti promozioni autonome, si può ben immaginare come i venti euro si siano persi tra le altre decine…

Quando siamo arrivati alla cassa, la signora che ci ha fatto il conto era quasi commossa. E noi con lei. Maledette strategie di marketing!

presagi

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La mia carriera universitaria è stata un percorso piuttosto accidentato per vari motivi, ma – ormai si può dire – a lieto fine. Tuttavia devo ammettere che ero stata debitamente avvertita dal destino.

Il primo esame è sempre uno scoglio duro da superare, almeno emotivamente. In effetti già nei giorni precedenti ero piuttosto tesa; in cuor mio mi chiedevo se non fosse meglio rimandare, e limitarmi a vedere che sorte sarebbe toccata ai miei compagni. Poi, messa a tacere la parte di me più pavida e insicura, decisi di presentarmi.

La sera prima dell’appello lasciava indovinare l’arrivo una di quelle di notti stellate e freddissime, in cui la temperatura scende sotto zero e, in caso di pioggia del giorno precedente, uno strato di ghiaccio preoccupante si forma sulla strada. Così i miei genitori, guardando il cielo, mi dissero che sarebbe stato saggio svegliarsi un po’ prima l’indomani per attrezzarsi in caso di difficoltà a scendere dalla stradina che porta a casa mia.

La previsione si rivelò così azzeccata che i miei non ritennero prudente lasciarmi prendere l’auto da sola e decisero di accompagnarmi. Solo che la giornata era veramente infernale e la strada impossibile da percorrere, tanto che in una discesa scivolammo dolcemente fuori strada, senza possibilità di opporre alcuna resistenza.

Non si poteva proprio guidare: altre macchine avevano rinunciato prima di iniziare e io, che a quel punto volevo disperatamente sostenere l’esame al primo appello, decisi di andare a piedi da sola alla fermata dell’autobus, a un paio di chilometri. Era difficile anche camminare in quelle condizioni e cercavo di calpestare il ciglio erboso con prudenza, quando sentii un urto di lamiere poco distante: un suv aveva perso il controllo ed era andato a cozzare contro l’auto dei miei posteggiata a bordo strada.

Nessuno si era fatto male e io proseguii il cammino verso la fermata, dove si affollava già un gruppetto di persone più nutrito del solito. Peccato che nemmeno gli autobus riuscissero a viaggiare in quelle condizioni e loro fossero in attesa da molto tempo.

La maggior parte delle persone si stava risolvendo a tornare a casa, ma io ero incredula: non poteva finire così il mio primo appello! Ad un certo punto arrivò un tizio con una vecchissima due cavalli che abitava lì vicino. Disse che lui si sarebbe avventurato fino alla tabaccheria di cui era titolare.

“Senta, me lo dà un passaggio almeno fin lì? Per favore: è il mio primo esame all’università…”

Fortuna che i miei erano un paio di chilometri più in alto e non si accorsero di niente: salii in quella macchina freddissima, con l’autista che guidava, fumava e parlava al cellulare. Mentre procedevamo per non so quale miracolo della meccanica degli anni ‘70, ai lati della strada vedevo decine di auto ferme e persone che ci guardavano scuotendo il capo, sottintendendo che prima di arrivare in città avremmo desistito anche noi.

Invece arrivammo alla tabaccheria, e il mio gentile tassista si fermò lì. Ma l’università era ancora lontana.

Il traffico era impazzito anche dove non c’era più ghiaccio e passavano autobus e pullman vuoti che andavano verso il deposito. Nessuno si fermava ai miei cenni finché – chissà per quale ragione – l’autista di un pullman blu con destinazione Firenze decise di accostare. Alla fermata eravamo io e un’altra signora: l’autista ci spiegò che stava andando al deposito perché la superstrada era bloccata e io lo pregai di portarci con lui. Dopo qualche incertezza ebbe compassione e ci fece salire.

Dal posteggio dell’autobus corsi a perdifiato fino alla facoltà, e riuscii a schiaffare il mio statino per ultimo sulla pila delle prenotazioni dell’esame, appena prima che l’assistente li ritirasse, chiudendo le iscrizioni. Eravamo circa 120 persone ed erano le 9 di mattina: avevo tutto il tempo per riprendermi dall’incredibile avventura.

Ma il professore prese distrattamente il primo foglio che gli era capitato sotto mano, e invece di chiamare il virtuoso che era arrivato lì prima delle 8 e aveva vinto la rissa per aggiudicarsi il primo posto all’interrogazione, chiamò l’ultima persona che era arrivata: io.

Sostenni l’esame in stato di trance e nonostante tutto il risultato fu buono. Pensai “si comincia bene…”

tecnici

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Quello che si immagina il tecnico

Di frequente mi succede di avere contatti con la categoria dei cosiddetti “tecnici dell’assistenza”, ovvero coloro che prima telefonicamente, poi se necessario di persona, dovrebbero risolvere i problemi legati all’utilizzo di computer, stampanti, fotocopiatrici, e via dicendo.

Purtroppo nel contatto con i giovani maschi che solitamente rispondono alle mie chiamate, talvolta ho qualche difficoltà.

Spesso l’approccio del tecnico è questo: “Buongioooorno! Ma che bella voce che hai! Qual è il tuo problema? Sei sicura di aver fatto il numero giusto? Ma vedrai che comunque ti aiuto io! Eh! Con una voce così!”

˜˜˜

L’altro giorno ad esempio non sono riuscita a superare lo scoglio di un tizio convinto che non fossi in grado di leggere un numero stampato sul codice a barre di una fotocopiatrice. Ho provato in tutti i modi, ma non c’è stato niente da fare: alla fine gli ho “confessato” che non ero proprio capace di riconoscere un numero di serie, e ho implorato che mi mandasse ugualmente un tecnico.

E invece no: mi ha detto che se non riuscivo a trovare il numero di serie, non si poteva fare nessun intervento, ma che avrei potuto richiamarlo se, con l’aiuto di un collega, fossi riuscita a trovare il numero. Pazienza – ho risposto – mi terrò la fotocopiatrice guasta.

Poi sono andata da un collega uomo, dotato di bella voce maschia; gli ho dato il fogliettino con il numero di serie della macchina e gli ho chiesto, gentilmente, di provare lui a chiamare, fornendo al tizio gli stessi dati. Dopo due ore il tecnico era lì.

˜˜˜

In un’altra occasione, dopo odissee telefoniche non trascurabili, arriva un bel ragazzo a riparare un computer. Accusa i colleghi del call center di aver sbagliato diagnosi nonostante la presenza di chiari sintomi, e mi chiede: “Per caso era una ragazza quella che ti ha risposto? No, perché sai in genere…”

Poi si mette ad armeggiare intorno al computer, lo sposta, prova a riaccenderlo e quello non dà segni di vita. “Ecco!” mi dice “Vedi che non dipende dal software! Guarda, sicuramente è un problema di hardware, e io non ci posso fare niente, dobbiamo spedirlo in assistenza! Eh, vedi, è proprio morto!”

“Scusa sai, ma non è che ti si è staccata la spina?

“Ah. Sì.”

E menomale che non era una ragazza.

ritrovamenti

20euro

Spesso mentre cammino leggo. Lo so, non è una buona abitudine, anche perché il rischio di andare a sbattere contro qualcuno altrettanto distratto è piuttosto alto. Tuttavia ormai ho sviluppato buone capacità nel gestire contemporaneamente le due attività.

Ieri pomeriggio, tornando da lavoro lungo la solita strada generalmente poco trafficata, ho abbassato gli occhi per il classico controllo via libera da cose calpestabili prima di iniziare a leggere. E così a pochi centimetri da me ho notato belli, chiari e in evidenza 20 Euro.

Mi sono fermata, li ho raccolti e mi sono guardata intorno. Strada deserta, nessuna macchina posteggiata lì vicino, nessuno affacciato alle finestre a scuotere cappotti o pantaloni, nessun altro oggetto a terra.

Ho aspettato, ho gironzolato nei paraggi, ho continuato a camminare con questi soldi in mano in bella vista, ho guardato nei vicoli; nessuno arrivava a cercarli, così alla fine li ho messi nel libro e sono tornata a casa.

Un pochino mi sono angustiata pensando a chi potesse averli perduti, poi ho deciso che ero stata sufficientemente scrupolosa nell’attendere che qualcuno venisse a cercarli. Ho anche ripensato ad una cosa che mi era successa l’anno scorso: uscendo dalla Feltrinelli (vedi tu le combinazioni…) in fretta e furia perché dovevo rientrare a lavoro, mi volarono a terra 10 Euro.

Me ne accorsi immediatamente, perché li vidi proprio uscire dal portafoglio che tentavo di chiudere e scivolarmi alle spalle. Una signora impellicciata (!) con mossa repentina li arraffò prima che toccassero terra, e prima che io riuscissi a rendermi conto di quello che stava accadendo lei sparì nella folla lasciandomi con un palmo di naso.

Sarebbe proprio un bel contrappasso se questi 20 Euro li avesse persi lei!


PS: e ora devo decidere cosa farci! Suggerimenti?

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