
La mia carriera universitaria è stata un percorso piuttosto accidentato per vari motivi, ma – ormai si può dire – a lieto fine. Tuttavia devo ammettere che ero stata debitamente avvertita dal destino.
Il primo esame è sempre uno scoglio duro da superare, almeno emotivamente. In effetti già nei giorni precedenti ero piuttosto tesa; in cuor mio mi chiedevo se non fosse meglio rimandare, e limitarmi a vedere che sorte sarebbe toccata ai miei compagni. Poi, messa a tacere la parte di me più pavida e insicura, decisi di presentarmi.
La sera prima dell’appello lasciava indovinare l’arrivo una di quelle di notti stellate e freddissime, in cui la temperatura scende sotto zero e, in caso di pioggia del giorno precedente, uno strato di ghiaccio preoccupante si forma sulla strada. Così i miei genitori, guardando il cielo, mi dissero che sarebbe stato saggio svegliarsi un po’ prima l’indomani per attrezzarsi in caso di difficoltà a scendere dalla stradina che porta a casa mia.
La previsione si rivelò così azzeccata che i miei non ritennero prudente lasciarmi prendere l’auto da sola e decisero di accompagnarmi. Solo che la giornata era veramente infernale e la strada impossibile da percorrere, tanto che in una discesa scivolammo dolcemente fuori strada, senza possibilità di opporre alcuna resistenza.
Non si poteva proprio guidare: altre macchine avevano rinunciato prima di iniziare e io, che a quel punto volevo disperatamente sostenere l’esame al primo appello, decisi di andare a piedi da sola alla fermata dell’autobus, a un paio di chilometri. Era difficile anche camminare in quelle condizioni e cercavo di calpestare il ciglio erboso con prudenza, quando sentii un urto di lamiere poco distante: un suv aveva perso il controllo ed era andato a cozzare contro l’auto dei miei posteggiata a bordo strada.
Nessuno si era fatto male e io proseguii il cammino verso la fermata, dove si affollava già un gruppetto di persone più nutrito del solito. Peccato che nemmeno gli autobus riuscissero a viaggiare in quelle condizioni e loro fossero in attesa da molto tempo.
La maggior parte delle persone si stava risolvendo a tornare a casa, ma io ero incredula: non poteva finire così il mio primo appello! Ad un certo punto arrivò un tizio con una vecchissima due cavalli che abitava lì vicino. Disse che lui si sarebbe avventurato fino alla tabaccheria di cui era titolare.
“Senta, me lo dà un passaggio almeno fin lì? Per favore: è il mio primo esame all’università…”
Fortuna che i miei erano un paio di chilometri più in alto e non si accorsero di niente: salii in quella macchina freddissima, con l’autista che guidava, fumava e parlava al cellulare. Mentre procedevamo per non so quale miracolo della meccanica degli anni ‘70, ai lati della strada vedevo decine di auto ferme e persone che ci guardavano scuotendo il capo, sottintendendo che prima di arrivare in città avremmo desistito anche noi.
Invece arrivammo alla tabaccheria, e il mio gentile tassista si fermò lì. Ma l’università era ancora lontana.
Il traffico era impazzito anche dove non c’era più ghiaccio e passavano autobus e pullman vuoti che andavano verso il deposito. Nessuno si fermava ai miei cenni finché – chissà per quale ragione – l’autista di un pullman blu con destinazione Firenze decise di accostare. Alla fermata eravamo io e un’altra signora: l’autista ci spiegò che stava andando al deposito perché la superstrada era bloccata e io lo pregai di portarci con lui. Dopo qualche incertezza ebbe compassione e ci fece salire.
Dal posteggio dell’autobus corsi a perdifiato fino alla facoltà, e riuscii a schiaffare il mio statino per ultimo sulla pila delle prenotazioni dell’esame, appena prima che l’assistente li ritirasse, chiudendo le iscrizioni. Eravamo circa 120 persone ed erano le 9 di mattina: avevo tutto il tempo per riprendermi dall’incredibile avventura.
Ma il professore prese distrattamente il primo foglio che gli era capitato sotto mano, e invece di chiamare il virtuoso che era arrivato lì prima delle 8 e aveva vinto la rissa per aggiudicarsi il primo posto all’interrogazione, chiamò l’ultima persona che era arrivata: io.
Sostenni l’esame in stato di trance e nonostante tutto il risultato fu buono. Pensai “si comincia bene…”